CLUB DEI SOPRAVVISSUTI
DEL DESERTO


Grazie per aver attraversato Sirāt con noi.

Il film che avete appena visto parla di perdita e di resistenza,
di comunità che nasce nel momento meno prevedibile,
di un cammino che non promette salvezza ma chiede presenza.

Sirāt non offre spiegazioni semplici né consolazioni immediate.
Attraversa il buio, la fatica, l’imprevisto,
e trova senso nei gesti minimi: nell’ascolto, nell’aiuto reciproco,
nel restare insieme anche quando tutto sembra disfarsi.

Questo spazio — Club Dei Sopravvissuti Del Deserto — nasce come un piccolo prolungamento di quell’esperienza.
Non è un archivio, né una promozione.
È un luogo di passaggio: per lasciare una traccia, ritrovare un pensiero, o semplicemente restare ancora un momento dentro ciò che il film ha aperto.

Grazie per aver scelto il cinema come luogo di presenza.
Grazie per esserci stati, fino in fondo.

Ci rivediamo al buio.

Cinema Astra

(in collaborazione con Che c’è - il portale della programmazione cinematografica a Firenze)


La musica di Sirāt

La musica in Sirāt non accompagna le immagini: le attraversa.
Composta da Kangding Ray, nasce dal battito del rave e si trasforma lungo il viaggio, passando dall’energia fisica a una dimensione più rarefatta, mentale, quasi spirituale.

È un suono che orienta e disorienta, che sostiene il movimento e poi lo lascia cadere.
Un paesaggio sonoro da ascoltare senza fretta, come il deserto che il film attraversa.

Ascoltalo come un’estensione del viaggio.


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Uno spazio per lasciare un pensiero, una sensazione, una traccia dopo la visione.


Recensioni

Sirāt è un film che continua a muoversi anche dopo la visione.
Non tutto si afferra subito, e non tutto chiede di essere compreso nell’immediato.

Le parole di altri spettatori e critici possono offrire nuove angolazioni,
aprire letture diverse, o semplicemente accompagnare ciò che il film ha già lasciato.


“Volevo che fosse un film popolare, con cui i giovani potessero entrare in sintonia. È un pubblico difficile da raggiungere, ma ha bisogno di storie che parlino di trascendenza. Pur essendo influenzato da registi come Bresson e Tarkovskij, penso anche a dove siamo arrivati come società. C’è un parallelo con il cinema americano degli Anni ‘70, con la violenza, la luce, la controcultura e il desiderio spirituale. Credo che Sirāt sia il mio film più contemporaneo”.

Inizialmente parte di una massa indistinta di europei bianchi che come colonizzatori prendono possesso di uno spazio nel deserto africano per allestire il loro mondo fuori dal mondo (cos’altro non è un rave, in fondo, se non l’occupazione di uno spazio vergine, con le sue gigantesche casse, la musica a palla, le sue danze infinte, il suo sballo continuo), i protagonisti del viaggio (due donne e tre uomini, di cui due menomati fisicamente, di nazionalità spagnola, francese e italiana, più il padre e il figlio che si uniscono a forza alla loro comunità), diventano dei transfughi, anime morte (o meglio, non ancora condannate) dirette verso il nulla.

Non c’è nulla da capire, del resto, come nella musica dei rave: non va capita o ascoltata ma solo ballata, dice una delle viaggiatrici al padre in cerca della figlia. La semplice presenza di corpi nello spazio, e a seguire l’esperienza extracorporea dato dagli stupefacenti, costruisce l’essenza del rave. 


Il regista Óliver Laxe porta qui il suo cinema a un punto di vertigine estrema, consegnando allo spettatore un’esperienza inclassificabile, intrecciando la vicenda privata con un paesaggio narrativo che frantuma ogni aspettativa. I due protagonisti si uniscono a un manipolo di raver nomadi, figure mutilate ma vitali, disertori dell’esistenza che incarnano un’umanità scartata e resistente. La loro traversata del deserto, tra camion sgangherati e ostacoli naturali implacabili, ricorda l’inferno di Vite vendute (Clouzot 1953), con la stessa tensione fra sopravvivenza, anarchia e destino collettivo.A fare da sfondo è una terza guerra mondiale indefinita, mai dichiarata ma onnipresente, che rende il conflitto non tanto politico quanto esistenziale: lotta contro la norma, contro l’illusione di un futuro, contro la presunta superiorità occidentale. 


Laxe alterna momenti di spettacolare suspense a riflessioni sulla ricerca vana di un paradiso inesistente. Il viaggio verso la figlia diventa allegoria di un’Odissea senza approdo, dove la “retta via” evocata dal titolo (Aṣ-Ṣirāṭ al-mustaqīm, il sentiero verso la salvezza – vedi sotto) appare ormai irraggiungibile. Il gruppo è alla ricerca di un Bengodi che non esiste, come forse non esiste Mar, nome (forse fin troppo) simbolico ma suggestivo della figlia scomparsa (fa riferimento al mare? Al Marocco?). Non sarà altro che un mcguffin, un'immagine perduta e inarrivabile nel paesaggio o una fotografia sbiadita della famiglia di Luis (un padre goffo e improbabile per la missione, e per questo così credibile nelle vesti comuni di Sergi López che incarna una middle class europea da tempo in caduta libera), dove il motore narrativo debole è la miccia esplosiva per uno lavoro sconvolgente sulle immagini.


Il film è girato in Super 16 mm, che ci mostra l’ambiente in modo sgranato, come se stessimo in un sogno, senza definire bene alcunché. La fotografia di Mauro Herce rende i paesaggi marocchini corporei: si percepisce la sabbia, la polvere, il sudore, l’aria soffocante del deserto, l’arsura e il disorientamento.

Assieme alle tracce di techno il sound design firmato da Laia Casanovas diventa un vero e proprio protagonista invisibile: i rumori del vento, della sabbia, dei generatori, dei motori e delle conversazioni ovattate creano una composizione sensoriale densa, dove ogni dettaglio sonoro contribuisce a costruire un mondo che è al tempo stesso reale e ultraterreno. Le inquadrature si aprono su paesaggi maestosi e poi si stringono su dettagli minuscoli - la vibrazione di uno speaker, una lacrima trattenuta, un gesto di solidarietà – con una precisione chirurgica, mai ostentata e soprattutto sempre al servizio del racconto. 


As-Sirāt (الصراط) è un attraversamento; secondo l’Islam, il ponte su cui ogni persona deve passare dopo la morte nelYawm al-Qiyamah (letteralmente, il Giorno della Resurrezione) per entrare nel Jannah (il Paradiso). Non è menzionato nel Corano, ma è descritto negli Hadith. Si dice che As-Sirāt sia più sottile di una ciocca di capelli e affilato come la spada più affilata. Al di sotto di questo ponte ci sono le fiamme dell’Inferno, che bruciano i peccatori per farli cadere. Coloro che hanno compiuto atti di bontà nella loro vita sono trasportati attraverso il sentiero a una velocità che dipende dalle loro azioni e che li conduce all’Hawd al-Kawthar. Qui, in questo deserto che non è un luogo ma uno stato, il ponte non è dopo la vita: è la vita stessa.

Laxe, convertito all’Islam e devoto alla sapienza sufi, non mette in scena la religione. La compone, la incarnaSirāt è un film mistico, ma non parla del divino. Lo fa vibrare, come un tamburo. La musica – techno, rave, industriale, firmata Kangding Ray – si mescola ai canti spirituali come in un dhikr impazzito. Come nelle cerimonie dei dervisci rotanti, non c’è più distinzione tra il ritmo e il corpo. Tutto gira. Tutto sale. Tutto brucia.

Ecco il miracolo: il rave è il nuovo zikir. La trance psichedelica è una preghiera. L’abbandono dei sensi è l’unico modo per riacquisirli. In questo, Sirāt è un film sufi senza mai citarlo. Ma la struttura è quella del viaggio iniziatico, dell’estinzione dell’io (fanā’) per fondersi con il tutto. È l’estasi come metodo di conoscenza. Come insegnava Ibn ‘Arabi, «il vero viaggio non è cercare nuovi paesaggi, ma nuovi occhi». E questo film ci costringe a cambiare pupilla, pelle, battito.

Il suo itinerario è come un’avventura mistica e fatalista sul desiderio umano di conquista e dominio, affondando in verticale negli abissi dell’ingenua tracotanza di chi pensa di poter leggere e capire l’immensità del paesaggio che lo circonda. Laxe prende strade davvero impreviste, rivelando completamente il suo senso solo nell’ultima scena: in questo percorso di scoperta, chi guarda partecipa come spettatore di un’Odissea spirituale. Il contesto è solamente accennato, ma è in corso un conflitto mondiale a bassa intensità che ha appena colpito l’Europa.


Ne deriva un film pulsante che nasconde però un’anima mortifera e spietata, che celebra la ritualità tribale connessa all’ambiente circostante e agli stati di trance collettiva, ma capace di cambiare faccia nel giro di un’inquadratura e trasformarsi in un percorso di redenzione di gruppo, di viaggio sacrificale. E allora, anche le redini della narrazione si sciolgono sotto le ondate di sabbia al ritmo dei bassi. L’unica cosa che resta in piedi dopo la devastazione sono le casse, che si ergono come monoliti in mezzo al deserto, unico segno del passaggio degli uomini sulla terra, al cui interno conservano e riproducono il mistero del mondo.

La morte e la perdita sono temi centrali per il regista, ma qui diventano anche strumenti per interrogare il presente: un’umanità errante che balla sull’orlo del baratro, che cerca nel ritmo ossessivo della musica una catarsi, una fuga, forse un nuovo inizio o anche solo un annullamento. Senza avvisaglie, senza difese; ci sono almeno due punti in cui gli spettatori cambiano di lì in poi le loro aspettative nei confronti dell'opera, palesi cesure con ciò che si è visto fino a quel momento e la totale inconsapevolezza in merito a ciò che potrà accadere ora che le regole sono cambiate. 

Il punto di svolta è la morte di uno dei protagonisti in una scena scioccante e spettatorialmente inaccettabile (e proprio per questo notevole), oltre la quale niente può e deve avere senso. Arriva come un fulmine dal nulla, spiazzando ogni aspettativa e conducendo il film verso territori ancora più cupi, ma anche più profondi.

In quel momento Laxe rompe una regola non scritta del Cinema per sprofondare il pubblico nella tragedia non come mero esercizio di stile, ma come esigenza narrativa: è un gesto audace, che pochi registi oserebbero compiere con tanta sicurezza e lucidità, perché basta poco per non cogliere il tono giusto e far deragliare l'opera verso la farsa. 

Qui è il momento in cui il ponte del titolo si mostra in tutta la sua vertiginosa fragilità.


Sirât riesce a illuminare anche nel dolore e nella sconfitta; la relazione che si crea tra Luis, Esteban e il gruppo di ravers evolve con naturalezza, attraversando ostacoli fisici - montagne, sabbie mobili, barriere militari - e simbolici - pregiudizi, solitudini, silenzi. È qui che il film tocca vette di pura bellezza, quando mostra che anche nella distopia più radicale può esistere la tenerezza, la cura, l'attenzione verso il prossimo e la possibilità di ricominciare. Non c’è simbolismo che tenga di fronte all’autenticità di queste connessioni e proprio quando il film sembra voler insistere sulla metafora, riesce invece ancora una volta a stupire e a liberarsene, lasciando parlare la realtà stessa, senza filtri.

I protagonisti, in cerca, in fuga, sono in tutto e per tutto dei disertori, come i protagonisti della bella canzone di Boris Vian che Tonin improvvisa per sollazzare agli altri (“E dica pure ai suoi / se vengono a cercarmi / che possono spararmi / io armi non ne ho”). Ben presto il pensiero della figlia Mar esce dalle sinapsi dello spettatore, e forse anche dei personaggi se è vero che l’unico commento sulla ragazza viene dalla bocca di Jade che spulciando le foto sul cellulare di Luis afferma di scorgere in lei un volto triste. Si deve solo andare avanti, in un deserto che non dà tregua, eterna incombente minaccia di una natura che non perdona la faciloneria europea, l’idea di un controllo impossibile, e forse dunque anche di una supposta superiorità pur mai espressa a parole. 


In un mondo che si frantuma sotto i colpi delle crisi globali climatiche, politiche e spirituali Sirât ci suggerisce che forse l’unica via è quella del contatto umano, della musica condivisa, del paesaggio abitato insieme. 


Óliver Laxe è nato a Parigi nel 1982 da una famiglia di emigrati galiziani, ma è cresciuto in Galizia dai 6 anni. Dopo gli studi in comunicazione audiovisiva, si trasferisce a Tangeri, dove autoproduce Todos vós sodes capitáns, vincendo il Premio FIPRESCI alla Quinzaine des Réalisateurs 2010. Sei anni dopo conquista il Gran Premio della Settimana della Critica con Mimosas, girato tra le montagne dell’Atlante. Rientrato nella sua terra d’origine, realizza O que arde nei monti Ancares, premiato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2019.Quindici anni dopo il suo debutto sulla Croisette, approda in concorso con Sirāt, prodotto dai fratelli Almodovar, ottenendo il Premio della giuria.

La pratica artistica di Laxe si distingue per una tensione costante tra spiritualità e materia, tra rito e quotidiano. I suoi film attraversano paesaggi remoti come fossero territori interiori, esplorando la fragilità e la grandezza dell’essere umano attraverso imprese fisiche, comunità marginali e riti di passaggio. La dimensione contemplativa non è mai puramente estetica: in Laxe l’immagine diventa un gesto morale, un modo di interrogare il mondo e di riconciliarlo con il mistero.

David Letellier, alias Kangding Ray, è un produttore francese tra le voci più originali della musica elettronica contemporanea. Con base a Berlino, ha fondato l’etichetta ARA, dedicata alla techno sperimentale e alla ricerca sonora. La sua musica, premiata per la colonna sonora al 78° Festival di Cannes, fonde techno, avanguardia e arte visiva, trasformando il suono in un’esperienza fisica e collettiva. Ex architetto, porta un approccio multidisciplinare che attraversa cinema, danza e installazioni audiovisive. Con progetti come Neon Chambers (insieme a Sigha) e album come ULTRACHROMA, Kangding Ray ha conquistato i palchi di festival internazionali come Sonar, Dekmantel e Berlin Atonal, imponendosi come figura di riferimento nella scena elettronica globale.

L’attrice non professionsita Jade Oukid, 38 anni, ha partecipato a rave e teknival da oltre 20 anni. Ha raccontato che la responsabile del casting l'ha trovata tra una folla di 10.000 persone a un festival in Portogallo. Il background di Oukid non è facile da riassumere: si descrive come fotografa, regista amatoriale e sarta che lavora con pelle vegana. Ha vissuto nei boschi e nei camion. Quando ha incontrato Laxe, ha detto Oukid, aveva appena terminato un corso di "comunicazione intuitiva con gli animali". E fa parte di collettivi che organizzano eventi musicali e mostre d'arte.

Ha detto di essere stata inizialmente scettica nel prendere parte a "Sirat". Oltre alla paura di apparire in video, c’era il fatto che nella cultura rave c'è uno stigma nel partecipare a progetti esterni. "Molti media tradizionali ci ritraggono in cattiva luce e condividono informazioni sulla nostra comunità con cui non sono necessariamente d'accordo".


L’attore non professionista Tonin Janvier, 42 anni, anche lui francese, si esibisce nei festival di strada, essendo cresciuto "sui palcoscenici", in una famiglia di teatranti itineranti. Ha affermato che la sua conoscenza dei rave non era rilevante quanto la sua familiarità con l'Africa: da bambino, ha fatto tournée in Mali, Senegal, Costa d'Avorio e Guinea. Da adulto, cercando di sbarcare il lunario come artista, ha trascorso sei anni vendendo vecchie auto francesi in Mali e Senegal. "Ho vissuto esperienze ancora più pericolose di quelle del film, eppure ce l'ho fatta", ha detto, ricordando la volta in cui, mentre era in moto, è stato investito da un camion che gli è passato sopra. "Sono ancora vivo, mi manca una gamba, ma sono ancora qui".


L’attrice italiana, anch’essa non professionista, Stefania Gadda, cinquantenne, ha detto che "alternativo" era la parola migliore per descrivere il suo stile di vita. "Vivo nei campi", ha detto, "e mi sento più una contadina che una festaiola". Riesce a sopravvivere senza elettricità né acqua corrente in un ranch vicino a Granada, in Spagna.

Laxe ha trovato Gadda e un altro membro del cast a Órgiva, una città spagnola nota per ospitare molte realtà della cosiddetta controcultura. "La zona in cui vivo è una zona dove ci sono molte persone che organizzano rave party” ha detto Gadda. È stata assunta per "Sirat" dopo che la squadra di casting, su raccomandazione dei residenti locali, si è presentata a casa sua. "Quando l'universo arriva a casa tua e bussa alla tua porta, non puoi dire di no".


the New Yorker

A tough-minded understanding that kindness is rare yet persistent, and quite possibly an affront to the laws of nature
— New Yorker

Its visual and sonic magnitude notwithstanding, “Sirāt” is a drama of intimate exchanges and transactions, of improbable bonds forged under adversity and small blessings freely and unexpectedly given. Here, in these uninhabitable surroundings, Laxe taps into an oasis of communal feeling that transcends barriers of background and language. (The characters speak in snatches of Spanish, French, and, very occasionally, Arabic and English.) At one point, Luis assumes that he and Esteban have been abandoned, only to realize, with a start, that their newfound friends are actually circling back to help. In such moments, we grasp the source of the story’s mysterious power: a tough-minded understanding that kindness is rare yet persistent, and quite possibly an affront to the laws of nature. “Sirāt” is a chain of defiantly compassionate acts—noble human improbabilities that take on, in retrospect, an air of fatalistic inevitability.

Laxe, a restless wanderer himself, knows Morocco well. He shot his first feature, “You All Are Captains” (2011), in Tangier, where he’d spent several years working at a shelter for disadvantaged children. Several of these children appeared in the movie—a formally playful collision of fiction and documentary in which Laxe, also making an appearance, slyly interrogated his European outsider-artist role. Next came “Mimosas” (2016), an elusive, arrestingly gorgeous drama about a caravan bearing a dying sheikh across Morocco’s Atlas Mountains to his homeland. The film had the beauty of a travelogue and the opacity of a parable. Its most dynamic character was a fiery Muslim preacher who warned his fellow-travellers not to stray, geographically or morally.

“Sirāt” drinks deeply of “Mimosas.” In both pictures, which were shot on 16-mm. film by the cinematographer Mauro Herce, a river is forded, an alternate path through the mountains is taken, and the road to salvation is found to be perilously narrow indeed. The Arabic word sirāt can refer to, among other things, the razor-thin bridge that leads, over the chasm of Hell, to paradise—a heavy burden of eschatological significance, but the film shoulders it lightly. The characters may be navigating a wind-scoured Purgatory, but Laxe is visibly captivated by the cinematic sweep of the journey: the dreamy nocturnal poetry of cars in motion, but also the gritty blood-and-sweat mechanics of the trek. When the group struggles to dislodge a vehicle’s tires from a precariously sloped, uneven road, we are mired in the treacherous terrain of Henri-Georges Clouzot’s “The Wages of Fear” (1953) and William Friedkin’s “Sorcerer” (1977). As in those films, a car can be a shelter one moment and a trap the next. Death, though a likelihood from the get-go, nevertheless has a way of striking when least expected.


Sceneggiatura

Per chi desidera approfondire ulteriormente Sirāt,
è possibile consultare la sceneggiatura del film.


Interviste

Dopo le parole della critica, può essere interessante ascoltare anche chi Sirāt lo ha costruito.
Non per trovare chiavi di lettura definitive, ma per entrare nel processo:
nelle scelte formali, nel lavoro sul suono, nel modo in cui il film è stato pensato e attraversato.

Queste interviste offrono uno sguardo laterale sul film —
un contesto possibile, da affiancare alla propria esperienza, non da sostituirla.

Press conference in Cannes 2025


Grazie per aver condiviso

questa esperienza con noi.
A presto, al cinema.